Daniele Dainelli Photographer

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MANIFESTO CINESE

Il verde finto e il verde vero. Lato A e Lato B. Due facce, viaggi opposti che riportano alla stessa radice:l’ambiente. Ma uno è virtuale, fatto di fotografie stampate sui teloni che avvolgono i palazzi in rifacimento. Pechino, la Cina di oggi, moderna e rapida nei cambiamenti urbanistici. Giganteschi alberi in fotografia, sentieri, giardini che coprono lavori in corso: al posto della pubblicità un desiderio, al posto del prato, sotto il manifesto, un marciapiede.

Eppure quelle siepi, quei parchi posticci sono qualcosa che somiglia a un ritorno alle origini calato dentro una città piena di anime di cemento armato e di gru che sono a macchia in movimento. Daniele Dainelli fotografo livornese, ha appena pubblicato u libro che si intitola “Green” e che ha curato con Stefano Bianchi, graphic designer che vive a Parigi. è un’idea di self-publishing particolare, agganciato al web e al sito www.crowdbooks.com: i fotografi propongono lì dei progetti, se ne calcola il costo e poi si lasciano in rete fino a trovare un numero sufficiente di lettori/compratori della copie del libro in modo da saldare le spese.

“Green” è un viaggio lungo i sipari di giardini e rose, alberi e vialetti che in realtà sono semplicemente teli, grandi lenzuoli plastificati che nascondono le impalcature dei cantieri edili della capitale cinese. Insomma un inganno: “Però un inganno che si capisce soltanto se ci si sofferma ai margini delle foto dove si vede sbucare una lattina o un sasso da sotto il telo”.

L’altro, verde, quello vero, è tutta un’altra storia. Un viaggio lungo, con molte mappe (tredici per ora, ma sta continuando) e orizzonti larghi e un tempo fermo alle semplicità di una vita scandita dal lavoro dei campi e dalla lontananza geografica. L’altro viaggio di Daniele Dainelli è nella campagne cinesi e i suoi scatti sono diventati una mostra che si è appena conclusa a Shanghai. “Ho vissuto nelle casa dei contadini che andavo a fotografare, ci sono arrivato con dei ragazzi, degli studenti che vivevano in quelle zone e che potevano introdurmi nelle famiglie. Ho dormito e mangiato con loro guardando le loro cose, le loro stanze” racconta l’artista toscano che da anni vive a Tokyo.

Chongquing, Shaanxi, Shanxi, Henan, Guangxi, Sichuan, Gansu, Hubel. Sono soltanto alcune delle tappe in questo mondo rurale e lontano. Una fotografia è un rettangolo di verità, restituisce un frammento di un insieme, sceglierlo è tracciare un sentiero nella storia che si va a raccontare. “Vado a sensazioni visive” dice Dainelli che ha lavorato per una delle più celebri agenzie italiane, Contrasto. “Mi fisso sui particolari e nelle mostre poi ingrandisco molto le immagini in modo da mostrare anche i dettagli più nascosti”.

Per esempio le tracce che lascia il late sulle pareti trasparenti di un biberon. Gli oggetti di una mensola. La giacca sporca lasciata a un appendiabiti. Un letto disfatto. Un asciugamano sfilacciato e sudicio attaccato a un gancio. Una ciotola di plastica, la porta in una stanza semibuia:“Non sono il genere di fotografo che entra, guarda scatta. A volte resto ore, giorni. A volte il posto dove trovo l’immagine è una sola stanza, a volte soltanto un piatto”. Dainelli si mette in un angolo decisivamente atipico per raccontare le sterminate campagne cinesi, coltivazioni di riso, c’è la vita nei villaggi sperduti: “Ho scelto di farlo delle case, da stanze spesso quasi claustrofobiche, dai singolo oggetti”

Ha scelto il primo piano di un vecchio telecomando tenuto insieme dallo scotch adesivo che un tempo doveva essere trasparente e adesso è il giallo e il grigio. Oppure di guardare nella credenza di una cucina dove c’è una ciotola e una tazza da tè con un cucchiaino. O una tavola con qualche bottiglia e molte ombre. Vengo in mente certo quadri di Morandi. Oppure quel che diceva Robert Mapplethorpe e cioè che “in fondo la fotografia è un modo più sbrigativo per fare una scultura”

LAURA MONTANARI